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Padre Mario Borzaga


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I missionari OMI in Laos

Missionari OMI

Repubblica Democratica Popolare del Laos
Sathalamalath Pasathi Patai Pasasunh Lao

Superficie: 236.800 Km²
Abitanti: 5.636.000 (stime 2001)
Densità: 24 ab/Km²
Forma di governo: Repubblica democratica popolare
Capitale: Vientiane (442.000 ab.)
Altre città: Savannakhét 55.000 ab.
Gruppi etnici: Laotiani 56%, Lao-Theung 34%, Lao-Soung 9%, Cinesi e Vietnamiti 1%
Paesi confinanti: Thailandia e Myanmar (ex-Birmania) ad OVEST, Cina a NORD, Vietnam ad EST, Cambogia a SUD
Monti principali: Phou Bia 2820 m
Fiumi principali: Mekong 1600 Km (tratto laotiano, totale 4500 Km)
Laghi principali: Ngum 320 Km²
Clima: Monsonico tropicale
Lingua: Lao (ufficiale), Francese, Inglese, Thai
Religione: Buddhista 50%, Animista 50%
Moneta: Kip laotiano

La missione oblata in Laos

Durante la metà dello scorso secolo la popolazione del Laos, mosaico di etnie tra le quali dominano i Lao, è sprovvista di qualunque tipo di unità: etica, politica, culturale, religiosa. Il principale elemento di unione tra le province del nord e quelle del sud, distanti più di mille chilometri, è il Mekong, nella cui vallata i contadini costruiscono le loro case su palafitte e coltivano il riso. Anche se la religione è ancora fortemente impregnata delle antiche credenze e pratiche, resta vero che il Buddismo è la religione nazionale.

Soltanto in seguito al grande slancio missionario della seconda metà del secolo XIX il cattolicesimo potrà attecchire. L'evangelizzazione progredisce lentamente con i missionari dal Vietnam e dalla Thailandia, ma soprattutto la parte nord del Paese poteva essere visitata raramente da loro. Per rimediare a questo stato di cose, viene richiesta la presenza di un altro Istituto cui affidare i territori settentrionali: nel 1933 la Congregazione degli Oblati accetta. Nel gennaio del 1935, il primo gruppo di Oblati arriva nel Laos. Nel 1938 la Missione è già abbastanza sviluppata per essere eretta in Prefettura apostolica, prima circoscrizione ecclesiastica interamente laotiana. Mons. Mazoyer ne è il prefetto; egli può contare su 14 sacerdoti, di cui 13 Oblati, e un Fratello, Paul Mary, arrivato nel 1937.

Questo slancio viene tuttavia interrotto con l'inizio della guerra che priverà la Missione di ogni rinforzo fino al 1947 e del necessario sostegno finanziario. L'occupazione giapponese rallenta molto i movimenti e le attività dei missionari. Il 9 marzo 1945 un colpo di forza giapponese permette all'esercito nipponico di controllare il territorio. Ciò comporta l'arresto di tutti i missionari francesi, ad eccezione di quelli che si sono potuti nascondere nella foresta. Mons. Mazoyer, è imprigionato, altri Padri sono internati a Vientiane. Il personale della Missione si trova quindi ridotto ai due Padri laotiani

Il movimento comunista del “Pathet Lao” (Paese Lao) inizia la guerriglia per proclamare, sull'esempio del Vietnam, l'indipendenza del Paese.I missionari rimasti nel Paese devono sottostare a tribolazioni di ogni genere, anche dopo la loro liberazione dalle prigioni giapponesi: alcuni devono far fronte all'accusa di alto tradimento, altri dovranno passare in Thailandia.

La Missione riparte tuttavia con nuovo slancio, grazie all'arrivo tra il 1947 e il 1952 di 15 Oblati. Gli sviluppi più notevoli riguardano il Seminario minore di Paksane, aperto già nel 1942 in piena guerra.

La pace si insedia finalmente nel Paese soltanto nel 1954.

Per rispondere alle necessità sempre maggiori, la Congregazione degli Oblati decide l'invio nel Laos di missionari italiani. Quest'afflusso di forze fresche, a partire dal novembre 1957, permette uno sviluppo rapido nella parte nord della Missione, evidenziato dalla creazione nel 1963 del Vicariato Apostolico di Luang- Prabang, di cui Mons. Lionello Berti sarà il primo vescovo.

All'epoca la consegna ricevuta da Roma era che in caso di presa del potere da parte dei comunisti il missionario sarebbe dovuto restare sul posto in mezzo al popolo. Ognuno avrebbe adempiuto il proprio compito ammettendo, date le circostanze, la possibilità della cattura seguita dal carcere o forse peggio. Già dal 1959 la pressione militare si accentua e la zona controllata dai militari Pathet Lao si estende, mentre quella dove si esercita effettivamente l'autorità governativa si restringe.

Alla fine degli anni Cinquanta il Laos è sempre un Paese povero, sprovvisto di vie di comunicazione, e il popolo è essenzialmente agricolo e molto poco politicizzato. Esso aspira unicamente alla tranquillità. Ora la guerriglia apporta tutto il contrario: giovani arruolati, insicurezza delle strade e delle piste, esodo di interi villaggi.

I cristiani, malgrado siano una ristretta minoranza, hanno motivo di avere timori particolari. Timori reali, perché tutti sanno cosa pensano i comunisti della religione in genere e del cattolicesimo in particolare, considerato la religione degli stranieri e dei colonialisti. La proibizione di radunarsi nelle chiese è soltanto un anticipo di quello che sarebbe capitato di lì a poco alla comunità cattolica.

Mons. Lionello Berti (1925-1968),
I Vicario apostolico di Luang Prabang,
morto in un incidente aereo.

Il colpo di Stato del 9 agosto 1960 a Ventiane innesca la lotta interna, e il Paese si divide in tre fazioni, ognuna con un esercito. I Pathet Lao comunisti approfittano della disorganizzazione per avanzare le loro pedine, e dal settembre 1960 si rendono unici padroni di Sam-Neua, che diventa la loro base incontestata.

Nel mese di gennaio dei 1961 alcuni militari Pathet Lao arrestano due Padri, p. Jean Wauthier e il p. Jean-Marie Ollivier, li accusano di spionaggio e li condannano a morte, senza processo: già davanti al plotone di esecuzione, vengono salvati in extremis dall'intervento imprevisto di un ufficiale neutralista. In questo contesto si situa l'assassinio di tre missionri tra il 18 aprile e l'11 maggio: p. Louis Leroy, p. Michel Coquelet, p. Vincent L'Hénoret.

Malgrado la formazione di un governo di unione nazionale nel 1962, l'oppressione comunista non conosce sosta: dal maggio 1963 si procede all'eliminazione di tutte le altre forze. Questa situazione è l'occasione per un altro assassinio: p. Jean Wauthier (16 dicembre 1967) è aggredito mentre ritorna a Hin-Tang e colpito a morte. Due anni più tardi anche p. Joseph Boissel sarebbe caduto vittima di un'imboscata. Altri cristiani, messi di fronte a simili ostacoli nell'affermazione della propria fede, sono andati incontro al sacrificio supremo: il catechista Shiong, che condivide la sorte di p. Borzaga, e il catechista Luc Sy, ucciso a lato della strada a Dène-Din il 7 marzo 1970.

Padre Giovanni Bosco Bunthà,
primo prete k'hmù del Laos.
Ordinato sacerdote nel 1970,
fu imprigionato nel 1975 e
liberato nel 1989.

Nel 1975 buona parte dei missionari stranieri deve lasciare il Paese. Si tratta della fine della Missione tradizionale e della nascita nella sofferenza di una Chiesa locale completamente nuova.

Dalla metà di maggio i tre vescovi francesi, vengono sostituiti con vescovi laotiani. Mons. Alessandro Staccioli, il cui vicariato contava un solo sacerdote diocesano, rimane sul posto fino alla sua espulsione avvenuta in settembre.

A misura che le opere sparivano - il Seminario minore di Paksane, per esempio - e che gli edifici appartenenti alla Chiesa erano confiscati, la presenza di alcuni non aveva più significato. Nel marzo del 1976, nel Paese rimangono solo un piccolo gruppo di Oblati (cinque Padri) nel Vicariato di Vientiane ed alcuni missionari francesi. Il 3 aprile del 1976, nel corso di una riunione tra missionari, laici e vescovo, si decide la partenza di quelli di Vientiane.

Durante questi quarant'anni, dal 1935 al 1976, sono stati più di cento gli Oblati, di nazionalità diverse, che hanno lavorato, pregato, versato il loro sangue, in questa missione del Nord-Laos. Quindici di loro sono rimasti in terra laotiana: ai martiri si aggiungono infatti le vittime della malattia o degli incidenti. Tutti hanno dato la vita ancora giovani - l'età media non arriva a quaranta anni - per far nascere e sviluppare la Chiesa di questo Paese. Ma i loro lavori, le loro preghiere i loro sacrifici non sono stati vani.

All'inizio del secolo i battezzati erano 10.000, nel 1973 si contavano 45.000 fedeli. Oggi, dopo la repressione socialista, i cristiani sono oltre 60.000, di cui 36.000 cattolici, con 17 sacerdoti, tre Vescovi, un centinaio di religiose, oltre cento catechisti, una ventina di Seminaristi Maggiori.

(da "Missionari trentini Martiri del Novecento")



Un ricordo di mons. Marcello Zago OMI, missionario in Laos (1959-1966 e 1971-1974)
“Ho imparato ad apprezzare e a vivere il Rosario al Laos, dove durante i lunghi spostamenti a piedi era la sola preghiera possibile. Lo ho apprezzato anche trovando forme simili di preghiera tra gli altri credenti. Il nostro Rosario infatti non ha solo somiglianze metodiche con le atre tradizioni religiose, ma la stessa corona deriva da un simile oggetto hindù, diventato poi buddista e assunto dai musulmani. Il Rosario può considerarsi quindi un simbolo e un mezzo di unità con gli uomini che cercano Dio. Con la preghiera ripetitiva del Padre Nostro e dell'Ave Maria siamo invitati a meditare i misteri della vita di Cristo con lo sguardo e il cuore di Maria. Può diventare anche per noi una preghiera di contemplazione e di comunione. Pregando con Maria e partecipando ai suoi atteggiamenti nei confronti dei misteri di Cristo, è facile aprire i nostri cuori sui bisogni dell'umanità, della Chiesa, della Congregazione. Nei miei lungi viaggi per visitare gli Oblati mi capita spesso di recitare il Rosario con il Provinciale o con un altro Oblato che mi pilotano. Dopo tale preghiera spesso faccio l'esperienza che il mio sguardo sugli uomini e sulle situazioni diventa più sereno. Il Rosario, che è la preghiera dei poveri, ci aiuta ad essere semplici e accoglienti, come Maria”.






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